4. Chiesa di Santa Maria Assunta

Le donne e gli ambulanti

In Tesino, ad una emigrazione a prevalenza maschile si affiancò la presa in carico da parte delle donne rimaste nella vallata non solamente della faticosa conduzione delle finanze domestiche e delle faccende agro-pastorali, ma anche della non semplice gestione delle trattative commerciali con gli stampatori relative ai debiti lasciati in sospeso dai capifamiglia all’estero. Nel corso del Settecento furono quasi un centinaio le tesine che dovettero fungere da curatrici delle proprietà ipotecate dagli ambulanti. Furono costoro che cercarono di trovare delle soluzioni, come dilazionamenti o posticipi dei pagamenti, per non incorrere nella confisca dei beni di famiglia.

Fondamentale all’interno di questo sistema economico era la possibilità che le tesine possedessero, amministrassero e impegnassero in autonomia i beni: un aspetto non comune per l’epoca, soprattutto nelle aree lontane dai grandi centri urbani. Solo così le tesine potevano ipotecare alcune proprietà o la dote, e fungere da garanti dei prestiti concessi ai mariti o ai figli ambulanti. Quando nel 1773 i Remondini ordinarono un sequestro della mercanzia inviata a Bolzano per Giuseppe d’Avanzo, solamente la madre di quest’ultimo riuscì a sbloccare la situazione, perché chiamata in causa dagli stessi stampatori per porre a garanzia la sua dote.

In molti casi come questo, erano gli editori Remondini a richiedere espressamente la presenza delle donne tesine, chiamate a porre in campo ogni garanzia sino alla dote matrimoniale, durante la stipulazione di contratti con gli ambulanti.

Nel corso dell’Ottocento, ci furono anche donne che si distinsero per storie parzialmente diverse, rispetto a quelle legate alla stretta sussistenza e sopravvivenza della propria famiglia e dei beni familiari. Un esempio fu Emilia Fietta Badalai, la cui tomba al cimitero di Pieve Tesino la indica come “benemerita pievese”. Appartenente ad una famiglia di commercianti tesini attivi nel XIX secolo tra Strasburgo e Metz, fu testimone di una storia di emigrazione e di ascesa sociale come quelle di molti altri imprenditori tesini, dediti alla compravendita di immagini a stampa su scala europea. Questa vicenda, tuttavia, si concluse con un ritorno in patria di un intero ramo familiare, di cui lei rappresentava l’ultima erede. Reinseritasi nel paese natìo dove morirà di parto nel 1867 a soli ventun anni, Emilia vi portò nuovi gusti e una nuova immagine della donna e del suo ruolo sociale, appresi all’estero. Cresciuta in un ambiente cosmopolita, all’abito tradizionale Emilia preferiva i guanti e l’ombrellino, suggeriti dalla moda dell’epoca. Intraprendente e determinata, amava inoltre leggere e arredare con gusto la sua casa, mettendo a disposizione la sua ricchezza al servizio delle donne nubili del paese, garantendo loro una dote per sposarsi.

La sua storia è rappresentativa di altre storie familiari che hanno contribuito alla vitalità sociale e culturale del borgo tra Otto e Novecento, ponendo in luce la ricchezza e la varietà delle esperienze sociali e culturali, maschili ma anche femminili, che andarono a costituire la grande epopea collettiva vissuta per secoli dagli abitanti del Tesino.

Bibliografia:

Elda Fietta, Emilia Fietta. L’ultima dei Badalai, Museo Per Via, Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, 2019

Rosanna Cavallini, Colorare i santi. Le pie immagini dei Remondini nel Settecento, Museo Per Via, Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, 2023