6. Palazzo della Questura

Le forme dell’antifascismo

Analizzando le carte di polizia e i fascicoli processuali degli anni Venti e Trenta emerge come l’opposizione nei confronti del fascismo in Trentino, anche se con un’intensità minore rispetto ad altre realtà italiane, si espresse con una grande varietà di forme e di pratiche. Si possono citare, ad esempio, le grida sediziose urlate nelle ore notturne, le offese e i motteggi contro il Duce, le canzoni di protesta cantate in osteria, le scritte sui muri e le affissioni di volantini, ma anche il fenomeno dell’emigrazione, le riunioni clandestine e la diffusione di materiali sovversivi e di propaganda.

La protesta contro il regime, da un lato, si manifestò attraverso discorsi e gesti meditati e articolati, che denotavano un maggior grado di consapevolezza degli autori e una più chiara matrice politica delle loro azioni. Dall’altro, il dissenso si rese palese con episodi che possono apparire meno politicizzati e più estemporanei. In questo caso si trattava di comportamenti molte volte ambigui, intrappolati in una “zona grigia” non sempre facile da decifrare, a metà strada tra la delinquenza, un certo ribellismo e l’aperta opposizione. Modi di agire dettati dalla rabbia, dallo stato d’ebbrezza (un aspetto che si ritrova spesso nelle fonti di polizia), dalle difficili situazioni lavorative e dall’intensa sorveglianza degli apparati di pubblica sicurezza. Il carattere prettamente politico delle forme che assunse l’opposizione al fascismo si mescolava anche a questi aspetti legati alla vita quotidiana delle persone.

Tali manifestazioni del dissenso possono sembrare marginali rispetto alle più classiche forme di protesta organizzata o alla militanza in un partito politico. Nella società fascista del tempo però, così rigidamente gerarchizzata e militarizzata, il controllo esercitato, non solo da parte dello Stato ma anche dalla comunità stessa, era talmente pervasivo e totalizzante da azzerare i più elementari principi democratici. La libertà di parola era negata, i partiti politici erano stati sciolti, le discussioni pubbliche venivano duramente osteggiate e le opinioni personali erano modellate e imposte dall’alto. La scuola, le organizzazioni del dopolavoro, le differenti forme dell’associazionismo e la propaganda di massa avvolgevano in maniera tentacolare l’individuo ed erano gli strumenti per anestetizzare l’intera collettività. In questo contesto, anche i più piccoli gesti di ribellione assumono una rilevanza che merita di essere sottolineata.

Fascicolo processuale per la diffusione di manifesti contro il regime. Trento, Archivio del Tribunale Penale di Trento, sentenza 1925.

Il Trentino, inoltre, costituisce una zona di confine dove le divisioni, a livello di appartenenza nazionale e culturale, tra “italiani” e “austriacanti” attraversarono la società lungo tutto il Ventennio. Questi contrasti, che non si risolsero con il passaggio dall’Impero Austro Ungarico al Regno d’Italia in seguito al primo conflitto mondiale, si unirono agli altri fattori di opposizione al fascismo. Tra le carte di polizia, infatti, si registrano arresti per aver inneggiato all’Austria o per aver vilipeso la bandiera italiana. Rispetto ad altre zone dell’Italia l’opposizione al Regime in Trentino si arricchisce anche di questa componente identitaria.

Michele Toss

Bibliografia:

Fabrizio Rasera, Fascisti e antifascisti. Appunti per molte storie da scrivere, in Mario Allegri (edd.), Rovereto in Italia dall’irredentismo agli anni del fascismo (1890-1939), Rovereto, Accademia roveretana degli Agiati, 2002, pp. 85-130

Vincenzo Calì, Paola Bernardi (edd.), Testimonianze. Trentino e trentini nell’antifascismo e nella Resistenza, Trento, Temi, 2016